UNA PATRIMONIALE COMUNALE SULLE GRANDI RICCHEZZE PER GARANTIRE I SERVIZI

Da anni il Comune di Roma ripete la stessa litania: non ci sono soldi. Taglio dei trasferimenti statali, Patto di stabilità interno, Piano di rientro dal debito, Piano di rientro strutturale sono queste le camicie di forza che, accettate supinamente dall’amministrazione, costringerebbero il Comune a tagliare i servizi, ridurre gli stipendi, vendere il proprio patrimonio, aumentare le tariffe.

Ma non è vero. Il comune ha altri strumenti per “far quadrare” il bilancio sociale del comune, questo sì profondamente in deficit: prendere i soldi là dove ci sono.

Roma è una città ricca, ma la ricchezza si è concentrata in poche mani. Roma è infatti anche la città più disuguale d’Italia. A Roma il 10% dei cittadini più ricchi possiede quasi il 50% di tutte le ricchezze. Si tratta di coloro che si sono arricchiti in questi anni, mentre la città sprofondava nella povertà.

Ma il comune non se ne accorge e si accanisce sui lavoratori e sulle fasce più deboli della popolazione. Si tratta di una scelta politica, non di una necessità.

Il Comune di Roma ha rinunciato a finanziare gli investimenti con l’istituzione di una Imposta di scopo (mini-patrimoniale comunale), che, se applicata alle grandi ricchezze, potrebbe dare un gettito superiore alla svendita di patrimonio immobiliare e aziende.

Il Comune di Roma ha rinunciato ad applicare la progressività delle imposte applicando ai super-ricchi le stesse aliquote Irpef, Imu e Tasi che devono pagare i cittadini normali, uscendo così dal dettato costituzionale.

Il Comune di Roma ha rinunciato alla lotta all’evasione fiscale, mentre paga interessi da usura alle banche e alla Cassa Depositi e Prestiti.

Serve una svolta politica: tassare i ricchi per garantire i servizi, a cominciare dalla istituzione di una patrimoniale comunale sulle grandi ricchezze immobiliari e dalla progressività delle imposte comunali, lotta alla evasione fiscale e ricontrattazione del debito con banche e CDP.

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