Quattro delibere di iniziativa popolare per cambiare Roma

Una dissennata politica urbanistica, improntata al lasciare libere le forze brute della speculazione, ha proiettato negli ultimi 20 anni la città oltre i propri confini. Il cemento si è mangiato migliaia di ettari di suolo agricolo per realizzare abitazioni sempre più lontane ove sono costretti ad abitare centinaia di migliaia di romani, cacciati dagli esorbitanti costi degli alloggi.

Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: traffico in tilt per l’ingresso di trecentomila auto ogni giorno, comune indebitato sino al collo per la gestione di una città troppo vasta, il problema abitativo non risolto, servizi insufficienti e spazi culturali inesistenti.

In questa dissennata corsa all’espansione il cemento si è lasciato alle spalle vuoti urbani, aree dismesse, immobili abbandonati, case sfitte. La riorganizzazione del trasporto pubblico, la ristrutturazione di alcune funzioni come il militare, il ridimensionamento di altre, come la scuola, la crisi industriale e di alcuni settori, come il cinema, hanno aggiunto vuoto al vuoto. Rimesse, caserme, scuole, sale cinematografiche, ex fabbriche, sono presenze costanti nel tessuto urbano e, nel loro complesso, una possibile enorme risorsa.

Era il “modello Roma” di Bettini e Veltroni, che mostra oggi il suo fallimento.

Oggi che la spinta espansiva si è interrotta per la sua stessa illogica e cieca rincorsa al profitto, oggi che le case restano vuote perché non vi è più chi sia in grado di comprarle, la speculazione si guarda indietro pronta ad aggredire e a soggiogare anche questi vuoti urbani.

Complice è la crisi economica e il patto di stabilità che vorrebbe che gli enti locali vendessero sul mercato tutto ciò che hanno.

La delibera di iniziativa popolare “Patrimonio comune”, si propone di impedire la vendita e di far si che questa risorsa territoriale sia utilizzata per il bene pubblico e non per alimentare nuovamente la macchina della speculazione.

La proposta prevede che gli immobili e i terreni vuoti, pubblici e privati, vengano censiti e sottoposti a procedure partecipate con i cittadini per individuarne una destinazione che ne garantisca l’utilità sociale.

Chiunque, secondo la delibera, potrà proporre una destinazione degli immobili abbandonati, che sia per rispondere con l’autorecupero al bisogno di alloggi pubblici o di case per lo studente, per realizzare spazi di coworkig, o per avviare attività agricole, per restituire ai cittadini luoghi culturali, ricreativi e di incontro sottratti al mercato, per mantenere vivo il tessuto di negozi di vicinato falcidiato dagli ipermercati o per realizzarvi servizi sociali innovativi che l’amministrazione comunale non può fornire o anche per sostenere il tessuto della ricchissima società civile romana che ha bisogno di luoghi ove svolgere la propria attività.

Al termine del processo decisionale gli immobili e i terreni potranno essere gestiti direttamente dal Comune, anche in sostituzione di sedi attualmente in affitto, oppure affidati a soggetti senza scopo di lucro per la realizzazione del progetto individuato, mantenendo un controllo pubblico sulla sua gestione.

La procedura potrà essere seguita anche per gli immobili vuoti di proprietà privata, che in assenza di un uso socialmente utile, potranno essere espropriati o requisiti.

E’ una politica alternativa a quella che prevede di vendere il patrimonio pubblico ai privati per fare cassa rinunciando così per sempre ad un bene che è di tutti. I fondi per realizzare il progetto possono essere trovati, secondo la proposta di deLiberiamo Roma, con l’istituzione di una imposta di scopo sui grandi patrimoni immobiliari, facendo pagare chi sinora si è arricchito e non offrendogli ulteriori occasioni di arricchimento.

La delibera “Patrimonio Comune” è una delle quattro delibere proposte da “deLiberiamo Roma”, una vasta coalizione di forze politiche e sociali, che saranno presentate il 20 luglio al Comune di Roma.

Le proposte comprendono anche i temi della scuola, dell’acqua e della finanza.

La seconda delibera chiede che sia garantita la possibilità di accedere alla scuola materna ai 4.000 bambini che oggi non ne possono usufruire, e che i fondi per le scuole private siano destinati a quelle pubbliche.

La terza proposta prevede che ACEA Ato2, la Società per Azioni che gestisce l’acqua dei romani con lauti profitti per il capitale privato, sia trasformata in una azienda speciale, gestita con la partecipazione dei cittadini, attuando così i dettami del referendum del 2011, ancora lettera morta nella nostra città.

Con la quarta delibera si chiede infine che il comune prenda posizione chiara contro le restrizioni del patto di stabilità ed a favore di una ripublicizzazione della Cassa Depositi e Prestiti.

Uso pubblico del patrimonio immobiliare abbandonato, scuola pubblica, acqua pubblica, finanza sociale.

Non si tratta di un rigurgito statalista, ma di un’altra idea di città e della richiesta di tornare a mettere le persone e i loro bisogni al centro della politica e dell’azione amministrativa dopo decenni in cui il primato del mercato, in tutti i campi, ne ha ristretto giorno dopo giorno gli spazi.

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