La conquista di Mosul è la conseguenza dell’invasione americana dell’Iraq

In Iraq siamo al caos più assoluto. Che idea ti sei fatto, e quali sviluppi potrebbero esserci?
Impossibile riuscire a fare delle previsioni. Si può, al più, ragionare su alcuni scenari. Da una parte quello a cui stiamo assistendo è la conseguenza diretta dell’invasione del 2003 da parte degli Usa, e il tipo di gestione che fu sviluppata, tutta incentrata sulla coltivazione del settarismo. Da un altro punto di vista sembra proprio all’opera la teoria del caos costruttivo, propria di un certo pensiero liberal che quindi vede in questa fase sviluppi funzionali al proprio disegno.

Come spieghi il successo militare del fondamentalismo islamico?
Il successo militare dell’Isis non sarebbe possibile senza una alleanza con i vari raggruppamenti sunniti dell’Iraq, ovvero con quegli schieramenti che pure avevano tentato una sorta di confronto con Al Maliki e si sono visti chiudere la porta in faccia. Costoro avevano addirittura combattuto contro Al Quaeda. In quel contesto gli unici a chiedere un processo di riconciliazione furono proprio i partiti di sinistra, comunisti compresi. Di fronte all’azione di frazionamento perseguita dall’Arabia Saudita in funzione anti-Iran,gli Stati uniti hanno lasciato fare, con il risultato che oggi ci ritroviamo di fronte alla possibilità non più così remota di una spartizione dell’Iraq.

Gli Stati uniti hanno deciso di rimettersi in gioco?
Credo che il nuovo intervento degli Usa sia più dettato dalla pressione dell’opinione pubblica che per trovare una qualche via d’uscita strategica.

In questa situazione i Kurdi sembrano quelli con una maggiore stabilità.
La verità è che sono tra mille fuochi. Prima in Siria e adesso in Iraq. Se non arriva presto la solidarietà internazionale la vedo dura per loro.

Cerchiamo di capire il disegno dell’Isis…
L’Isis sta lavorando a un proprio territorio di riferimento e ad assicurarsi risorse proprie. E’ un assetto pericoloso. Dall’altra parte l’alleanza con i sunniti è del tutto strumentale. E infatti bisognerà capire bene cosa potrebbe succedere in un percorso di riconciliazione nazionale basata sulla convergenza dei vari settori religiosi. Mi sembra di capire che l’Isis non possa continuare più di tanto in queste pratiche di guerra che coinvolgono le popolazioni come nel caso dei Yazidi. E’ evidente che se non ci fosse un finanziamento potente non avrebbero questo peso. Il fondamentalismo diventa efficace con i petrodollari.

In tutto questo, il ruolo delle Ong?
Nonostante quanto sta avvenendo le Ong stanno portando avanti i loro programmi, anche nel dare sostegno alla società civile dell’Iraq. Lo scorso ottobre c’è stato un forum e un altro incontro è previsto per novembre prossimo ad Oslo. Comunque ci sono in Iraq delle importanti battaglie per i diritti civili da portare avanti nel campo sindacale, per esempio, come in quello per la libertà di stampa e nella pubblica amministrazione, appannaggio ormai delle varie correnti religiose.

Il vostro ruolo in Iraq?
Un ponte per… sta operando da allora per rispondere all’emergenza. Sono stati distribuiti, fino ad ora, acqua, succhi di frutta, pasti ipercalorici, latte in polvere, cibo, kit igienici per accogliere chi sta fuggendo disperato. Ma la guerra non si arresta, ogni giorno ci sono nuovi bisogni. Interi quartieri della città di Erbil sono pieni di profughi, così come scuole e parchi pubblici. Un ponte per… sta sviluppando una campagna di sostegno.

 

Intervista pubblicata su: Controlacrisi del 15 agosto 2014

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