La “Questione d’Oriente”, l’”Infelicità araba” e il Daesh

La “Questione d’Oriente”, l’”Infelicità araba” e il Daesh

 

Oriente, questione d’ Complesso dei problemi politici internazionali aperti dalla progressiva decadenza dell’impero ottomano. La questione d’O. interessò le cancellerie europee dalla fine del sec. 17°, dopo la sconfitta dell’esercito turco a Vienna (1683). L’impero ottomano divenne oggetto delle ambizioni delle potenze occidentali.” (Dizionario di storia, Enciclopedia Treccani )

 L’infelicità araba ha questo di particolare: la provano quelli che altrove parrebbero risparmiati, e ha a che fare, più che con i dati, con le percezioni e con i sentimenti”Samir Kassir

Il modo in cui funziona l’occhio umano dà luogo al quel fenomeno per il quale l’illuminazione di un oggetto impedisce la vista di ciò che vi sta intorno. E’ così che la luna nasconde il firmamento e che i fari dell’automobile impediscono di vedere ciò che sta ai lati della strada. Così vale anche per la cronaca, che nasconde la storia ed impedisce di comprendere i fatti. Per questo, prima di ricostruire i minuti, i giorni, o gli anni che precedono gli attentati di Parigi (e del Sinai, di Beirut, di Bamako, di Tunisi…) occorrerebbe volgere lo sguardo ai secoli che li precedono.

 

Verso la fine del 17° secolo quella vasta area geopolitica che va dal Maghreb all’Azerbaigian, dai Balcani allo Yemen[1], allora controllata dall’impero ottomano, comincia ad andare in crisi. Con la perdita di centralità nel commercio mondiale, dovuto all’apertura delle rotte marittime ed il ritardo tecnologico rispetto all’area europea, si avvia un declino economico che favorisce l’emergere di spinte centrifughe dal variegato mosaico di popoli che la componevano.

E’ da allora che tra le cancellerie europee si discute la “Questione d’Oriente” come modalità di spartizione delle sue future spoglie. Se ne parlerà già al Congresso di Vienna, a latere dei negoziati sul ripristino dell’ordine monarchico seguito all’avventura napoleonica, e terrà impegnate le cancellerie europee per tutto il XIX secolo.

Appoggiandosi alle rivendicazioni dei nascenti nazionalismi, in particolare nei Balcani[2], e con l’occupazione coloniale diretta nel Maghreb[3], le potenze europee procedono alla sua disgregazione/annessione nel corso dell’800 e poi, con la Prima Guerra Mondiale, alla definitiva dissoluzione.

Nei territori europei sorgeranno stati-nazione indipendenti, progressivamente integrati nello spazio europeo, mentre in Medio oriente si procederà alla pura e semplice spartizione coloniale. Il Maghreb era già stato occupato.

I fatti sono noti. Dall’accordo, nel 1916, tra il francese François Georges-Picot e il britannico Mark Sykes, al patto scellerato tra Abd Al Aziz Saud e Roosvelt a bordo dell’incrociatore Quincy, nel 1945, tutta l’area centrale del fu impero ottomano passò sotto controllo diretto o indiretto europeo[4].

 

Per le potenze europee, la “Questione d’Oriente” era chiusa.

Un’area geografico/politico/culturale, che per secoli era stata tra i primi attori sul palcoscenico mondiale, viene espulsa dalla storia ed integrata come appendice funzionale alla economia europea. Diventa un “non luogo”.

L’ordine coloniale, con alterne vicende, con l’inserimento della Russia tra i contendenti e sopravvivendo, nella sostanza, al processo di decolonizzazione, ha dominato tutto il secolo seguente, mentre la lotta per il controllo dei paesi chiave per l’approvvigionamento energetico ne fa il luogo dei conflitti per eccellenza.

A distanza di un secolo il mondo arabo-islamico è il luogo al mondo con la più bassa crescita sia dell’Indice di Svilupo Umano (HDI) che del PIL e dove domina la sensazione “di non contare nulla”[5].

 

Samir Kassir, giornalista e intellettuale libanese, in un preziosissimo pamphlet, scritto nel 2004 poco prima di morire per mano jiadista, “Considerazioni sulla infelicità araba”, descrive questa condizione come il tratto dominante in una popolazione che aveva avuto un ruolo centrale nell’economia mondiale e una fiorente produzione culturale e si trovava ormai a non essere più padrone del proprio destino e con un irrisolto rapporto con la modernità[6].

 

E’ da allora che nel mondo arabo-islamico si susseguono e si intrecciano cruenti conflitti per l’egemonia e per il potere, con tentativi di riaprire in forma autonoma la “Questione d’Oriente” e di rispondere alla sfida della modernità.

Già alla fine dell’800, in particolare nel mondo arabo, emerge una corrente politico-culturale, che prenderà il nome di Nahda (Rinascita o risveglio), che persegue la modernizzazione e avvia una riforma religiosa. La Nahda è stata spazzata via dall’istaurazione di regimi monarchici reazionari sotto protezione europea e dall’occupazione coloniale, alla quale si opponeva. Divenne chiaro che i principi dell’illuminismo, non illuminavano la sponda sud del Mediterraneo perché l’Europa proiettava la sua ombra.

Su un altro versante nel 1928 un insegnante egiziano, Hasan Al-Banna, fonda una associazione per la tutela dei lavoratori arabi impegnati nello scavo del canale di Suez, sostiene che solo con un ritorno all’islam, e non con la modernizzazione, sarà possibile ricostruire unità e dignità delle popolazioni arabe. Nasce la Fratellanza musulmana che adotta una via nazionale e pacifica e si dedica a reislamizzare la società dal basso come strategia di lungo periodo. La Fratellanza è oggi la più diffusa e potente corrente dell’islam politico. Ma anche in questo caso la redenzione promessa non dà frutti.

Dal panarabismo di Nasser, al socialismo arabo del Baath, al libro verde di Geddafi il processo cosiddetto di decolonizzazione[7] si risolve con l’avvento al potere di dittature laiche, che finiscono presto per tornare sotto il controllo o la tutela di potenze occidentali, per colpo di stato o assorbimento nell’orbita sovietica, né riescono a promuovere un vero sviluppo economico.

Intanto la monarchia saudita, forte della rendita petrolifera e della protezione statunitense, combatte la propria lotta per l’egemonia sul mondo islamico diffondendo Wahhabismo[8] e Kalashnikov, risorse che verranno poi ampiamente utilizzate da tutti i movimenti jiadisti che apertamente si rifanno al Wahhabismo e che, per la loro disponibilità alla guerra, verranno ampiamente utilizzati anche dai paesi occidentali, dall’Afganistan in poi.

 

E’ in questo contesto che si è sviluppato il totalitarismo[9] salafita-jadista come ideologia e come proposta politica, che fonda la propria sfida egemonica nel mondo arabo-islamico su una radicale, ma modernissima, rottura culturale con la metropoli coloniale e su una rottura politica con tutte le correnti che l’hanno preceduta[10],.

Daesh non è che l’ultima manifestazione di una corrente politica che trae linfa proprio dal modo con cui la “Questione d’Oriente” è stata chiusa: nella sua follia totalitaria Daesh dà una risposta alla “infelicità araba”[11].

Per rendersene conto basta guardare i video di reclutamento diffusi da Daesh o leggere la dichiarazione di proclamazione del califfato di Al Baghdadi: “O musulmani, voi oggi avete uno Stato che vi restituirà dignità, potere, diritti, e leadership… Presto verrà il tempo per camminare eretti ed in dignità”[12].

E’ parziale concentrarsi sulle condizioni nelle Banlieu. Questo può spiegare la capacità di reclutamento in Europa, che comunque contribuisce per una piccola parte. Ma si tratta di carne da macello. Come in tutte le guerre la carne da macello è reclutata tra la povera gente. Dietro all’affermazione del jiadismo vi sono potenti lobby economiche e vasti ceti commerciali e professionali e non i disperati delle Banlieu.

 

Prima che in Iraq e in Siria il jiadismo salafita è emerso come forza di governo, sia pure con organizzazioni diverse, in Somalia, in Afganistan, in Algeria, ha una forte presenza in tutti i paesi a maggioranza islamica (dall’Indonesia, al Marocco) fino a contagiare numerosi paesi dell’africa nera. Cresce sia dove è stato appoggiato dagli Stati Uniti che dove vi è stato combattuto.

 

Daesh non è una quindi una creazione americana, ma un prodotto della storia. L’appoggio turco/saudita, piuttosto che il cinismo americano, lo hanno favorito, ma non fatto nascere. Daesh non è, innanzitutto, un’organizzazione terroristica, ma una proposta politica. Ed è l’unica proposta politica con una visione di lungo periodo e che appare oggi vincente alle masse popolari mediorientali.

Essa si nutre dell’accordo Skyes-Picot ben più che delle armi statunitensi, delle conseguenze dei piani di aggiustamento strutturale del Fondo Monetario, più che della vendita di petrolio.

 

E proprio perché non è una creazione americana, ma un frutto della storia, Daesh non potrà essere sconfitto con la guerra, che invece, come è successo nel ventennio passato, lo alimenterà. Potrà forse essere privato – ed è tutta da dimostrare – di territorio, o anche smembrato nell’organizzazione, come è già successo in Iraq nel 2006/2008, ma riemergerà inevitabilmente – magari in nuove forme – se non sarà battuto sul campo ideologico da una proposta politica in grado di dare una risposta efficace all’“Infelicità araba”.

Ciò implica il dare una nuova soluzione alla “Questione d’Oriente” che permetta al mondo arabo-islamico di riprendere un posto autonomo nella storia.

 

Purtroppo – e lo testimoniano il modo in cui sono condotti i negoziati sulla Libia e sullaSiria, piuttosto che l’acuirsi del confronto tra Arabia Saudita e Iran – la “Questione d’Oriente” si è effettivamente riaperta dopo il crollo dell’ordine mondiale dello scorso secolo, ma nei termini di contesa tra potenze. Già in Libia l’intervento militare francese è stato più “anti-italiano” che contro Geddafi. E in Siria la guerra ha attualmente molto più a che vedere con la presenza militare russa nel Mediterraneo, con (ancora) le rotte del petrolio e il controllo strategico del Medio Oriente, che con Daesh o con Assad[13], per non parlare dei veri motivi della guerra in Iraq.

 

Le “primavere arabe”, sviluppatesi dalla Tunisia alla Siria, soprattutto nella loro componente giovanile e libertaria e nell’inedita alleanza tra settori di sinistra e di islamismo liberale, hanno provato a riprendere, coniugando libertà, giustizia sociale e diritti umani, ma anche autonomia dall’occidente, il discorso interrotto della Nahda.

L’ignavia dei governi occidentali, che hanno preferito utilizzarla per regolare gli equilibri tra loro, e la reazione islamo-reazionaria o laico-reazionaria l’hanno, per ora, quasi soffocata, ma essa rimane una possibilità, forse l’unica, per sconfiggere sul piano storico e politico il totalitarismo jadista.

 

Così come la proposta di confederalismo democratico[14], formulata da Ochalan, appare una risorsa importante. Essa, critica alla radice la concezione, di importazione europea, dello stato-nazione e assumendo il fallimento del nazionalismo in medio oriente ne propone il superamento ipotizzando una forma di autogoverno decentrato e confederale che in prospettiva vanifichi anche le frontiere artificiali tracciate dal colonialismo. Si pone cioè sullo stesso piano della proposta del Califfato. Inoltre valorizzando la soggettività femminile e inserendo la lotta contro il patriarcato all’apice delle priorità politiche, contrasta Daesh sul suo stesso terreno ideologico. La proposta del confederalismo democratico ha già dato dei risultati ispirando, pur con tutte le imperfezioni che la storia concreta comporta, l’esperienza di autogoverno del Rojava.

 

La guerra di Daesh è essenzialmente una guerra di potere dentro il mondo a maggioranza islamica e l’affermarsi di una proposta politica alternativa non può che darsi dall’interno di questo mondo[15]. Ma il cosiddetto occidente può favorirne l’emergere, scegliendo con decisione di sostenere la società civile, e soprattutto costituire le condizioni perché possa avere successo sul piano dello sviluppo economico e della giustizia sociale ad esempio con la revisione dei trattati commerciali euro-mediterranei, che dovrebbe essere messa in cima alle priorità anche per limitare l’emigrazione forzata.

 

Purtroppo le speranze che ciò avvenga non sono molte.

Non sembra infatti che gli attori del nuovo ordine multipolare siano intenzionati a considerare il mondo arabo-islamico altro che un campo di battaglia, una fonte di materie prime energetiche, un esercito industriale di riserva o, al più, un mercato per l’industria degli armamenti.

 

 

NOTE —————-

[1] https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/e/e6/Principales_ciudades_de_el_imperio_otomano.png

[2] Le rivolte nazionalistiche, appoggiate dalle potenze europee, porteranno alla nascita di Grecia (1829), Romania (1877), Serbia, Montenegro e Bulgaria (1878), Albania (1912)

[3] La Francia occupò l’Algeria nel 1830, la Tunisia divenne protettorato francese nel 1881, il Marocco nel 1912, l’Italia occupò la Libia nel 1911, l’Egitto divenne di fatto un protettorato britannico, il Sahara della Spagna.

[4] Con il trattato di Sevres (1922) tutta la penisola arabica, e i territori degli odierni stati di Siria, Iraq, Palestina Libano e Giordania vengono assoggettati ai mandati francese e inglese, secondo l’accordo Syke-Picot. Vengono istituiti il Kurdistan e l’Armenia, poi cancellati a Losanna nel 1923. La dichiarazione Balfour (del 1917), che promette un focolare ebraico in Palestina, viene inserita nei trattati.

[5] Tra il 2010 e il 2013. Human Development Report 2014, UNDP.

[6] “L’impotenza, innegabilmente, è oggi la cifra dell’infelicità araba. Impotenza a essere ciò che si ritiene di dover essere. Impotenza ad agire per affermare la propria volontà di esistere, se non altro come possibilità, di fronte all’altro che ti nega, ti disprezza e, adesso, nuovamente ti domina. Impotenza a reprimere la sensazione di essere ormai un’entità trascurabile sullo scacchiere planetario quando è in casa tua che si gioca la partita; un sentimento, per la verità, irreprimibile da quando la guerra in Iraq ha riportato l’occupazione straniera in terra araba. E, come contraccolpo, ha trasformato l’epoca delle indipendenze in una parentesi”, Samir Kassir “L’infelicità araba”, Einaudi, 2006

[7] Nel Maghreb, negli anni ’50 viene riconosciuta l’indipendenza di Egitto, Tunisia, Libia, Algeria e Marocco. Tutti i paesi, ad eccezione del Marocco che è tuttora una monarchia, passando per regimi monarchici o esperimenti democratici, divengono dittature.

[8] L’Arabia Saudita, per sostenere migliaia di scuole coraniche e stampare milioni di volumi che diffondono la più reazionaria interpretazione del Corano, ha speso nel ventennio passato una cifra valutata, a seconda delle fonti, tra i 50 e 100 miliardi di dollari.

[9] La definizione di totalitarismo, piuttosto che di terrorismo, mi sembra maggiormente in grado di descrivere, sulla scorta della definizione che ne dà Hanna Arendt, le caratteristiche di un movimento che non si limita all’esercizio sistematico del terrore come metodo di governo, ma ambisce a controllare ogni aspetto della vita dell’essere umano e costruisce un mondo virtuale nel quale farlo vivere e all’interno del quale dà una spiegazione dei movimenti storici e giustifica la propria missione. Cfr: Hanna Arendt, Le origini del totalitarismo, 1951.

[10] Nei documenti ufficiali del Daesh vi è una condanna radicale del nazionalismo, del panarabismo, della democrazia, del pacifismo, dei diritti umani, così come della Fratellanza Musulmana.

[11] ““L’islamismo jihadista inteso come pensiero organico, non è affatto l’ideologia dominante che ci fanno spesso immaginare i media occidentali. Non di meno ha una forte capacità di suggestione, probabilmente perché oggi è l’unico movimento a offrire una via d’uscita alternativa al ruolo di vittime che gli arabi si compiacciono di coltivare.”, Samir Kassir “L’infelicità araba”, Einaudi, 2006

[12] La dichiarazione del Califfato riportata in Dabiq, n.1, ottobre 2014: “O Muslims everywhere, glad tidings to you and expect good. Raise your head high, for today – by Allah’s grace – you have a state and Khilafah, which will return your dignity, might, rights, and leadership. It is a state where the Arab and non-Arab, the white man and black man, the easterner and westerner are all brothers. It is a Khilafah that gathered the Caucasian, Indian, Chinese, Shami, Iraqi, Yemeni, Egyptian, Maghribi (North African), American, French, German, and Australian. Allah brought their hearts together, and thus, they became brothers by His grace, loving each other for the sake of Allah, standing in a single trench, defending and guarding each other, and sacrificing themselves for one another. Their blood mixed and became one, under a single flag and goal, in one pavilion, enjoying this blessing, the blessing of faithful brotherhood. If kings were to taste this blessing, they would abandon their kingdoms and fight over this grace. So all praise and thanks are due to Allah. “Soon, by Allah’s permission, a day will come when the Muslim will walk everywhere as a master, having honor, being revered, with his head raised high and his dignity preserved. Anyone who dares to offend him will be disciplined, and any hand that reaches out to harm him will be cut off. So let the world know that we are living today in a new era. Whoever was heedless must now be alert. Whoever was sleeping must now awaken. Whoever was shocked and amazed must comprehend. The Muslims today have a loud, thundering statement, and possess heavy boots. They have a statement to make that will cause the world to hear and understand the meaning of terrorism, and boots that will trample the idol of nationalism, destroy the idol of democracy, and uncover its deviant nature.”

[13] E’ probabile che Putin abbandonerebbe tranquillamente Assad al suo destino se avesse assicurazioni sulla permanenza e sicurezza della base militare marittima di Tartus.

[14] http://www.uikionlus.com/wp-content/uploads/Confederalismo_democratico.pdf

[15] La narrazione colonialista, ma anche quella anticoloniale, nel basarsi esclusivamente sulla dicotomia nord/sud nasconde le fratture che attraversano sia il nord che il sud: non esiste un mondo islamico, ma molti, così come non esiste un solo occidente.

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