Libia. A che gioco giochiamo?

Alla vigilia della conferenza internazionale sulla Libia che si tiene oggi a Roma (e a tre giorni dalla possibile firma dell’accordo di pace tra i due governi  libici) un fatto ci ricorda che su quel tavolo c’è più di una agenda. C’è la competizione tra fazioni libiche per il controllo del paese (e del petrolio), c’è la competizione per l’egemonia tra Turchia, Arabia Saudita e Qatar, ma c’è anche la riaperta “Questione d’Oriente”[1].

Giovedì 10 dicembre il governo italiano ha posto il veto sul rinnovo automatico delle sanzioni UE alla Russia. Un favore che il ministro degli esteri russo ha prontamente ricambiato in una dichiarazione che, per come è stata formulata, ci riporta alla fine dell’800, quando le intenzioni coloniali delle potenze europee e la competizione per spartirsi le spoglie del fu impero ottomano non venivano mascherate da buoni propositi, ma espresse con chiarezza. Lavrov ha detto: “Capisco quanto importante sia per l’Italia il problema della Libia, sia per motivi geografici che storici. Noi confermiamo la nostra comprensione e siamo pronti a prestare il nostro aiuto”. Di cosa si tratta?

Il 26 novembre, all’indomani della strage di Parigi, al presidente francese che chiedeva un maggiore impegno in Siria Renzi ha risposto parlando d’altro: “Dobbiamo dare priorità assoluta al dossier libico”. Ha cioè risposto picche in un gioco di cuori.

Già all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il 29 settembre, Renzi aveva candidato l’Italia ad avere «un ruolo guida per la stabilità in Libia» e di “ruolo guida” il governo italiano aveva già parlato, in occasione della crisi dei migranti, chiedendo ed ottenendo il comando della missione Eunavformed, la cosiddetta caccia agli scafisti, che però il Consiglio di Sicurezza non ha autorizzato integralmente.

 Nei primi mesi del 2011, il presidente Sarkozy, approfittando della situazione creata dalle rivoluzioni arabe in Tunisia, Egitto e Siria annunciò la volontà di intervenire in Libia. Berlusconi non ne voleva sapere e fu quasi costretto dall’allora presidente Napolitano ad aderire alla “coalizione dei volenterosi”. E’ stato poi chiaro che gli insorti di Bengasi, al cui soccorso accorreva Sarkozy, erano molto meno spontanei di quanto si volesse far credere: essi furono armati e poi spinti ad insorgere proprio dalla Francia e dalla Gran Bretagna. Sino all’ultimo momento il governo italiano cercò di evitare l’attacco con una intensa attività diplomatica tendente a concordare una uscita di scena “morbida” di Gheddafi. Berlusconi, che aveva deciso senza tentennamenti la partecipazione italiana all’invasione dell’Iraq, non si era certo convertito al pacifismo. C’erano ben più robusti motivi per scongiurare l’attacco: la Francia stava intervenendo nella sfera di influenza italiana.

L’Italia e la Libia

Il rapporto con la Libia è per l’Italia un rapporto particolare, lo testimonia tra l’altro il fatto che l’ambasciata italiana a Tripoli è stata l’ultima ambasciata occidentale a chiudere i battenti, il 15 febbraio 2015, sei mesi dopo quella francese, statunitense e britannica. Un rapporto che ha radici lontane.

Il 5 settembre 1911, dopo due giorni di cannoneggiamento dal mare, un primo contingente di truppe della Regia Marina sbarcava a Tripoli avviando l’occupazione militare della Tripolitania e della Cirenaica, allora province dell’impero Ottomano. La guerra Italo Turca, prodromo della Prima Guerra Mondiale, si concluse con l’annessione al Regno d’Italia delle due province. Francia, Gran Bretagna, Spagna e Germania, che avevano già posto sotto occupazione o protettorato il resto della sponda sud del Mediterraneo, riconobbero rapidamente la colonizzazione italiana: si completava così l’occupazione europea del Maghreb e l’Italia ebbe il suo “posto al sole”.

L’occupazione italiana della Libia, non senza il corredo di gravissime atrocità contro la resistenza delle popolazioni locali, si è protratta sino al 1947 quando con la seconda guerra mondiale l’Italia perse tutte le colonie. Ma i rapporti economici della Libia con la ex metropoli restarono intensi, favoriti anche da una immigrazione italiana che, in quell’epoca, raggiungeva il 13% della popolazione. Il colonnello Gheddafi, prendendo il potere nel 1969, espulse i coloni nazionalizzandone le proprietà ed apri un contenzioso sui risarcimenti che è stato chiuso solo nel 2008, con il trattato di Bengasi, siglato da Gheddafi e Berlusconi, dopo oltre 10 anni di trattative avviate dall’ex presidente dell’Iri, Romano Prodi.

 

Con il trattato di Bengasi[2] Italia e Libia istituiscono un vero e proprio partenariato, con tanto di “Giornata nazionale dell’amicizia italo-libica” e con reciproche garanzie di non aggressione e non ingerenza negli affari interni, oltre a un vasto quadro di cooperazione economica, scientifica e culturale . Ma al di là dell’aspetto simbolico  e politico-diplomatico la sostanza economica del trattato è assolutamente di rilievo.

La Libia dichiarava soddisfatta la storica richiesta di risarcimento per l’occupazione coloniale a fronte della realizzazione da parte di aziende italiane di infrastrutture per un valore di 5 miliardi di euro in 20 anni. Questa somma verrà pagata dall’Eni, attraverso una “Addizionale all’Imposta sul reddito delle società” – assolutamente anomala perché applicata ad una sola azienda (appunto l’ENI) –  istituita con l’art. 3 della legge di ratifica del trattato[3].

In sostanza il risarcimento per l’occupazione coloniale è pagato direttamente dall’Eni con i proventi della estrazione delle concessioni petrolifere, che il governo libico ha quindi prorogato sino al 2043 (2047 per il gas), riconoscendo all’Eni una posizione di assoluta dominanza.

L’ENI in Libia conta più del governo italiano, ha continuato le sue attività ed è l’unica multinazionale in grado attualmente di estrarre, distribuire internamente e esportare il petrolio e il gas libico, grazie ad accordi, oltre che con il governo riconosciuto, con tribù locali vicine ad Alba libica, la coalizione tribale, “islamista” che controlla il parlamento di Tripoli e che non è riconosciuta internazionalmente.

La contropartita per l’Italia era il controllo del flusso dei migranti che la Libia ha svolto al di fuori di ogni parvenza di legalità e di rispetto dei diritti umani.

Se il vantaggio economico dell’accordo è chiaro, altrettanto lo è il costo umano, pagato da migliaia di migranti africani lasciati morire nel deserto o nei campi di concentramento che Gheddafi aveva allestito per conto italiano. Uno scambio vergognoso che dovrebbe essere sufficiente a ridiscutere il trattato.

La posta in gioco

“Uno scatolone di sabbia”. Così definì la Libia Gaetano Salvemini, che si opponeva alla colonizzazione. In effetti questo dovevano apparire allora le province ottomane di Tripolitania e Cirenaica. 1,8 milioni di chilometri quadrati desertici abitati da poco più di 800 mila persone.

Il possesso della Libia aveva, allora, un valore simbolico (anche l’Italia entrava nel novero delle potenze coloniali europee), geostrategico (con l’apertura del canale di Suez il Mediterraneo tornava nelle rotte commerciali con l’oriente ed il possesso delle due sponde dava un potere di interdizione alla navigazione) e di sbocco per l’emigrazione (oltre centomila coloni italiani partirono per “fecondare” il deserto, nel 1936 erano un terzo della popolazione di Tripoli e Bengasi).

Ma sotto la sabbia giace una riserva accertata di 48 miliardi di barili di petrolio, il 3% delle riserve mondiali, con una produzione quotidiana di oltre un milione e mezzo di barili di petrolio, pari al 10% dei consumi europei, di ottima qualità e vicinissimo all’Europa. Oltre ad una considerevole produzione di gas: pari a un quarto dei consumi italiani.[4]

Già nel 1932 l’ingegnere minerario Ardito Desio aveva scoperto la presenza di idrocarburi in Cirenaica[5], il regime fascista non riuscì ad approfittare per mancanza di tecnologie e per lo scoppio della seconda guerra mondiale. Negli anni ’50 la presenza di petrolio estraibile fu confermata e partì la corsa al suo sfruttamento con compagnie statunitensi, francesi e britanniche in competizione tra di loro. I primi contratti furono firmati da Esso e Standard Oil.

Nel 1959 Enrico Mattei, riuscì a concludere con l’ex colonia un primo contratto, offrendo al paese condizioni notevolmente migliori degli altri concorrenti [6], seguendo una politica che gli costò la vita e spiazzando la “French Saharan Oil”, già allora diretta concorrente. La competizione per il controllo del petrolio libico non si è mai fermata e l’Eni è riuscita a conquistare e poi a mantenere una posizione dominante, anche sopravvivendo al colpo di stato di Gheddafi del 1969, che aveva nazionalizzato il petrolio, ed alle sanzioni degli anni ’90, raggiungendo un picco nel 2008 con l’accordo di Bengasi.

Nel 2011, alla vigilia dell’attacco, il 30% del petrolio libico era gestito dall’Eni, seguiva la francese Total, con una quota di meno della metà, la Cina si collocava all’11% e la Germania al 10%.

 

Nello scatolone c’è poi la LIA (Libyan Investment Authority) il fondo sovrano libico, che insieme alla LAFICO (altro fondo sovrano) e alla Banca Centrale contiene attualmente investimenti valutati dal Fondo monetario internazionale in oltre 150 miliardi di dollari, circa il 160% del PIL del paese. Al momento dell’attacco 2,6 miliardi di investimenti erano in Italia (tra l’altro in Unicredit, dove è il primo azionista, Fiat, Finmeccanica, Eni, Mediobanca). Gran parte della finanza libica è attualmente congelata[7], negli Stati Uniti e nell’Unione Europea. E’ per la conquista di questo enorme tesoro, oltre che per il petrolio, che le due principali fazioni, e i loro padrini, si combattono a colpi di carta bollata nei tribunali[8], oltre che a colpi di mortaio. La presa di possesso del LIA deciderebbe le sorti della guerra. Il governo di Tobruk ne rivendica il controllo sulla base del fatto di essere internazionalmente riconosciuto, ma anche il governo di Tripoli ha costruito una propria base giuridica ed, ad esempio, nella recente assemblea degli azionisti di Eni ha partecipato per conto del LIA un rappresentante nominato da Tripoli.

 

Questo breve excursus storico è stato necessario per avere presente quale era la situazione alla vigilia dell’intervento del 2011. Una condizione di particolare favore per l’Italia e per l’Eni che l’intervento francese metteva in dubbio. E’ questo ciò a cui va la “comprensione” di Lavrov.

E’ un gioco in cui il diritto delle popolazioni alla pace e alla autodeterminazione non c’entra nulla. Nemmeno quello dei migranti.

La questione d’Oriente si è riaperta. Ed i termini in 100 anni non sono cambiati di molto. C’è solo da sperare che non finisca con una guerra mondiale come allora.

 

NOTE
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[1] “Questione d’Oriente: Complesso dei problemi politici internazionali aperti dalla progressiva decadenza dell’impero ottomano. La questione d’O. interessò le cancellerie europee dalla fine del sec. 17°, dopo la sconfitta dell’esercito turco a Vienna (1683). L’impero ottomano divenne oggetto delle ambizioni delle potenze occidentali.”(Dizionario di storia, Enciclopedia Treccani ).

Per altre considerazioni sulla questione d’Oriente vedi “La questione d’Oriente, l’infelicità araba e il Daesh

[2] https://it.wikisource.org/wiki/Trattato_di_amicizia,_partenariato_e_cooperazione_tra_la_Repubblica_Italiana_e_la_Grande_Giamahiria_Araba_Libica_Popolare_Socialista

[3] LEGGE 6 febbraio 2009, n. 7 “Ratifica ed esecuzione del Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra la Repubblica italiana e la Grande Giamahiria araba libica popolare socialista, fatto a Bengasi il 30 agosto 2008” http://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:2009-02-18;7

[4] World Oil and Gas Review 2015. http://www.eni.com/en_IT/attachments/azienda/cultura-energia/wogr/2015/WOGR-2015-unico.pdf

[5] http://archiviostorico.corriere.it/2007/giugno/09/Ardito_Desio_petrolio_nella_Libia_co_9_070609094.shtml

[6] Una percentuale del 17%, contro il 12,5% previsto dalla legge libica. In una nota dell’ambasciata britannica al Foreign Office del novembre ’59 si legge “Le attività di Mattei potrebbero creare problemi agli accordi petroliferi più convenzionali.” (https://casarrubea.wordpress.com/2011/10/31/libia-la-guerra-del-petrolio).

[7] http://www.voltairenet.org/article169543.html

[8] http://archiviostorico.corriere.it/2015/luglio/26/Libia_fondo_miliardi_gestori_legittimi_co_0_20150726_3f0251d2-3358-11e5-8ac6-b6b423785af0.shtml

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