Roma 2017. Un bilancio da ragionieri. Il cambiamento dov’è?

Si fa fatica a trovare la politica nel progetto di bilancio 2017 presentato dalla giunta Raggi, che appare in piena continuità con i bilanci degli anni precedenti, senza scelte di discontinuità, intanto nel metodo e poi nel merito.

Nel metodo l’unica vera novità è la sua approvazione nei termini prescritti dalla legge. Ecchissenefrega, se questo comporta, come ha comportato, l’adozione di un metodo che mortifica la partecipazione. Persino i Municipi sono stati messi nella condizione di “prendere o lasciare” nei pochissimi giorni concessi per l’espressione dei pareri.

Dopo tanto parlare di partecipazione ci saremmo aspettati un processo di consultazione e di coinvolgimento dei cittadini e delle forze sociali, che non c’è stato, sulle scelte fondamentali e sulle priorità da perseguire. Invece, come sempre, il bilancio è stato burocraticamente fatto dagli uffici comunali. Lo dichiara la stessa note integrativa: la previsione di spesa è fatta a partire “dai fabbisogni finanziari delle strutture capitoline”, a politiche invariate, e fatto combaciare con le previsioni di entrata, a politiche invariate. Un bilancio da ragionieri che si poteva fare anche senza Giunta.

Leggendo la nota integrativa si nota inoltre un mantra: l’ossessione di rispettare le regole ed il piano di rientro stabilito dal MEF – detto anche piano taglia Roma. Anche questo dato per immodificabile e di cui con malcelata soddisfazione si dichiara più volte il pieno rispetto. Un compitino da 10 e lode.

La novità sarebbe stata partire dai bisogni della città, costruendo un quadro di riferimento delle necessità e degli obiettivi da raggiungere nel quinquennio di governo, operando con trasparenza e con un dibattito pubblico le scelte di priorità imposte dalla scarsità di risorse, ma anche avviare, con il sostegno della città, la necessaria vertenza politica contro le regole imposte dal Governo per conto della Commissione Europea.

Della scarsità delle risorse, peraltro, non si sarebbe dovuto solo prendere atto, ma si sarebbe dovuto ipotizzare le politiche per aumentare le disponibilità. Se non bastano le risorse infatti si può tagliare i servizi, come si è fatto sinora, o lavorare per aumentarle.

Roma, infatti, si sa, è amministrata con circa 1500 euro ad abitante, contro i quasi 2000 di Milano, e con un bilancio saccheggiato dei 200 milioni che il comune riversa annualmente al Commissario straordinario per il pagamento, a Cassa Depositi e Prestiti e alle banche, di interessi usurai (oltre il 5% annuo) sul debito pregresso.

Eppure su questo strozzinaggio, che i romani pagano con il peggioramento dei servizi, nemmeno una parola, nemmeno una iniziativa politica, se non pratica. Dove è finita la ristrutturazione del debito di cui pure in campagna elettorale Raggi aveva parlato? E per il 43% dei debiti per i quali il Comune non conosce neppure i creditori quando si farà la verifica?

E non interessa neppure che quasi un quarto del debito, sul quale paghiamo questi interessi è costituito dalle indennità di esproprio a prezzi di mercato, che le oltre 2000 pendenze giudiziarie imporranno al Comune di pagare alla rendita parassitaria se non si fa nulla. Ma almeno una commissione per verificare le responsabilità di questa situazione, una richiesta al Governo e Parlamento di una legge che riporti al valore agricolo i costi degli espropri?

Sembra che del debito pregresso che strozza i romani e le romane, non interessi nulla alla Giunta: ce lo teniamo e lo paghiamo. Anzi ci pensa il Commissario.

Così come ci teniamo l’evasione fiscale. Anche per quest’anno infatti in piena continuità con il passato, la compartecipazione del Comune alla lotta all’evasione fiscale rimarrà al palo; anche quest’anno l’elusione fiscale delle proprietà del Vaticano resterà incontrastata; anche quest’anno la esenzione fiscale per le scuole private è stata confermata; anche quest’anno i costruttori pagheranno l’aliquota minima sulle case vuote ed invendute; anche quest’anno resterà in vigore l’odiosa tassazione ad aliquota unica per cui i poveracci pagano addizionale Irpef, Tasi e IMU allo stesso modo dei superricchi; anche quest’anno le rette degli asili resteranno aumentate. Insomma non si tocca nulla: le entrate del comune sono considerate un dato di fatto e non il risultato di una politica. Che infatti non c’è.

E’ così che nel 2017 si raggiungerà il record del secondo più basso livello di investimenti pubblici degli ultimi 20 anni: poco più di 200 milioni. C’è qualcosina per la manutenzione scolastica, qualcosina per le piste ciclabili e per il resto il buco nero della metro C che assorbe quasi la metà della cifra. Nulla per la rigenerazione delle periferie, per l’adeguamento alla domanda per le scuole dell’infanzia, quasi nulla per il potenziamento del trasporto pubblico di superficie, nulla per le case popolari.

“Avevamo richiesto 1500 milioni nel triennio, ce ne hanno dati solo 400” è la sconsolata dichiarazione della sindaca. Ma almeno chiamare i romani a protestare con il governo o introdurre una imposta di scopo sul gradi patrimoni per finanziare gli investimenti, o rafforzare le procedure per il condono edilizio (che comporta entrate per investimenti) che languono da anni, o pretendere il versamento degli oneri di urbanizzazione evasi dai costruttori. Nulla. Si prende semplicemente atto che non ci sono soldi.

Del taglio dei servizi non c’è stato bisogno: è bastato confermare, in piena continuità, i tagli già operati dalle amministrazioni precedenti. Così i bambini continueranno a restare senza scuola materna, la frequenza degli autobus in periferia continuerà a restare epocale, la differenziazione dei rifiuti continuerà ad essere sotto il 50%, il sociale, dalla assistenza agli anziani ai soggetti a rischio, ai buoni casa continuerà a restare al lumicino – con però un taglio ulteriore ai servizi per la disabilità –  a cui l’hanno portata le giunte precedenti.

Di cui si continuano le politiche.

Al netto dell’affare Muraro, la filosofia della gestione dei rifiuti resta quella di nascondere la polvere sotto il tappeto. Si legge nel bilancio previsionale AMA che la differenziata resterà sotto il 50% e addirittura i ricavi per la rivendita dei rifiuti differenziati saranno in calo del 70%. Cioè le tre R – riciclo, riuso, recupero – continuano a non essere un obiettivo.

La metro C resta l’unico intervento nei trasporti assorbendo quasi tutti gli investimenti nel settore a scapito dalla necessaria estensione della rete di superficie. Cioè il modello resta lo stesso.

Il patrimonio pubblico resta finalizzato al recupero di risorse e la politica abitativa non esiste. Non esiste neppure l’assessorato. Che altro? Continuano gli sgomberi delle realtà sociali, culturali e mutualistiche che operano in immobili pubblici, come prima.

Tutto come prima, madama la marchesa. Avanti così.

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