Con la nuova Costituzione sarà più facile fare la guerra.

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E’ vero che la Repubblica italiana, da qualche tempo, fa la guerra senza dichiararla. E’ stato così per l’intervento in Iraq nel 1991, e poi nel 2003, deciso con un voto di Camera e Senato su una mozione che parlava di “operazione di polizia internazionale”, senza dichiarare lo stato di guerra. E’ stato così nel 1999, per l’intervento in Serbia, quando il Parlamento non fu nemmeno chiamato a votare. E’ così oggi per l’intervento in corso in Libia, avviato dal Presidente del Consiglio sulla base di una disposizione inserita nel decreto missioni che sottrae al Parlamento le operazioni di “forze speciali della Difesa”.

Ci troviamo, già in questi casi, in una condizione di extracostituzionalità. La necessita di aggirare la Costituzione nasce dal fatto che, tra il ripudio, sancito dall’articolo 11 e la deliberazione delle due Camere la dichiarazione dello stato di guerra, con le relative conseguenze dei poteri speciali al governo e la possibilità di rinvio delle elezioni, non è così semplice. La modifica della Costituzione voluta da Renzi interviene anche su questo “problema”.

Con la nuova Costituzione la dichiarazione dello stato di guerra può trovarsi, di fatto, nelle mani di un solo uomo, come nello Statuto Albertino quando era una prerogativa del Re.

Nella Costituzione vigente lo “stato di guerra” è dichiarato dal Presidente della Repubblica, su deliberazione delle Camere. Non più, quindi, del Re, ma del Parlamento e quindi del popolo, del quale, solo, è la sovranità, espressa attraverso le proprie rappresentanze parlamentari nella Camera e nel Senato.
Il Parlamento della Costituzione del ’48 è infatti proporzionale e, in quanto tale, considerato rappresentante di tutto il paese.

La riforma proposta da Renzi limita la competenza alla sola Camera dei Deputati, estromette il Senato dalla più grave e rilevante tra tutte le decisioni che un paese possa compiere per le conseguenze che questa ha sulla vita stessa di tutta la popolazione. La dichiarazione dello stato di guerra viene quindi derubricata a fatto di ordinaria amministrazione, in linea con lo spirito dei tempi.

La cosa è aggravata dal fatto che, ormai da tempo, il Parlamento non è più proporzionale, ma maggioritario. Con l’attuale legge elettorale, non per caso voluta insieme alla riforma costituzionale, il partito di maggioranza relativa, anche con il solo 20/25% dei voti, può arrivare a controllare l’intero Parlamento con Deputati in gran parte scelti dal segretario del partito, che si troverebbe nelle mani, tra l’altro, il potere di decidere lo stato di guerra, sospendere le elezioni e attribuire al Governo, quindi a se stesso, poteri speciali.

E che non si tratti di un semplice “adeguamento” del testo costituzionale all’abolizione del Senato è testimoniato dal fatto che, nella discussione parlamentare, gli emendamenti che prevedevano di mantenere la doppia decisione (Camera e Senato) o, di stabilire una maggioranza qualificata (ad es. i due terzi) per ovviare alla ridotta rappresentatività della nuova Camera, sono stati respinti dal Governo.

Le Costituzioni sono destinate a vivere per decenni e nella situazione di grande transizione dell’ordine mondiale non sappiamo cosa ci riserva il futuro, nè quale sarà il partito di maggioranza ed il suo segretario tra 10, 20 anni.
Rendere più semplice la dichiarazione dello stato di guerra è un atto gravemente pericoloso. E se un grave attentato occorresse al nostro paese? Se la disgregazione europea portasse ad un confronto diretto tra i paesi del vecchio continente? Se il confronto USA/Russia, in corso in Ukraina e in Siria, dovesse evolvere? Se nel mar Cinese del sud, dalle manovre militari si passasse ad un altro stadio?

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